domenica 21 maggio 2017

QUANDO TI DICONO CHE AIUTARE LE PERSONE A CERCARE LAVORO É UN'ATTIVITÀ INUTILE

Chi si occupa di orientamento, di tanto in tanto,  si sente dire che il suo lavoro non serve. Per questo propongo un'ipotetica lettera di risposta ai detrattori, ad esempio: a chi dice che cercare lavoro non è un lavoro, che sono solo parole quelle che proponi invece di aiutare, che la gente sa cercarsi un lavoro o che non c'è bisogno di te, eccetera.   Che tu sia orientantore, counselor, coach o formatore qui sei il benvenuto, guarda se ti ci ritrovi e, nel caso ti servisse, copia e incolla pure.
ULtima cosa. 
Devo essere sincero, è da un po' che non mi capita, prima sul blog o tramite linkedin me ne dicevano di ogni: probabilmente devo aver perso lo smalto, forse non sono più quello di una volta... ;-) 


"Gentile, e' evidente che, da quanto scrive, lei ha diretta e profonda conoscenza del mercato del lavoro, in particolare sa:
- quali sono i canali per cercare lavoro che funzionano e quali no -livello statistico ovviamente (e non parlo in generale, ma per ambiti di ricerca: come saprà bene, ciò che funziona per il commesso non va sempre altrettanto bene per l'informatico, e così via)-;
- della contrattualistica, in modo da poter ragionare con chi andrà a fare dei colloqui e sia informato su eventuali proposte e capendo magari fare controproposte;
- dei finanziamenti e/o progetti utili a sgravare tasse alle aziende in caso di assunzione o rimborsi per eventuali tirocini (ma non in generale: per età, sesso, situazione personale, svantaggio ecc.). Saprà bene, infatti, quanto queste misure possono incrementare le possibilità di assunzione;
- per ambito, quali siti sono efficaci per cercare e quali no;
- come occorre approcciare alle agenzie e alle aziende . Ovviamente, diamolo per scontato, le prime hanno azioni e filosofie differenti dalle seconde: bisogna saperne le caratteristiche per poi agire di conseguenza;
- quali competenze servono per costruire un progetto professionale specifico, e come quali di queste e altre potranno essere utili per costruire differenti progetti professionali come piano b, c, d, eccetera;
- come compilare bene un cv e una lettera di presentazione (di motivazione), tenendo presente che spesso sono ben altre le cose che funzionano: ma che questi strumenti comunque servono sempre;
- come sviluppare un rete di relazioni che porteranno alla ricollocazione;
- come, eventualmente, pianificare e realizzare un'attività autonoma;
- quali settori sono alla ricerca di profili e di quali necessità e bisogni ci sono in una determinata zona (compresi i bisogni formativi);
- come reagire alla sensazione di inefficacia e demotivazione, che spesso viene a colpire chi cerca.

Ecco. 
Se, come immagino, lei sa già tutte queste cose non ne avrà bisogno....ma... ha riflettuto che ci sono centinaia di migliaia di persone che queste cose non le conoscono e hanno bisogno di aiuto?
Cordialità".

martedì 16 maggio 2017

VITALITÀ: SVILUPPARE OPPORTUNITÀ FACENDO TUTT'ALTRO

"Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?".
Cesare Pavese

Ci sono tanti modi di cercare: rispondendo agli annunci, andando di persona in azienda, nelle agenzie o in giro per la città,  costruendo relazioni, imbastendo dialoghi su Linkedin o Fb. E molto altro.
Ma dopo un po' che facciamo queste cose può finire la benzina, la voglia di fare. Ed è normale, sopratutto se non si ottengono risposte o le si raggiunge in modo parziale senza poi avere -alla fine- ciò per cui ci stiamo attivando così tanto: assunzione o nuove opportunità. Dopo un po' che proviamo senza risultati, oltre ai problemini che ho già trattato -fare le stesse cose, non cercare di differenziare la propria ricerca, non pensare ai desideri eccetera, eccetera, eccetera- si perde l'entusiasmo (se mai ce n'era prima) e ci si passivizza, viaggiando per inerzia da un sito ad un altro, da una risposta ad un'attesa, come sospesi in un limbo: dove pensiamo che la gratificazione arriverà quando troveremo e, fino ad allora, dovremo tirare la cinghia. Ma è giusto fermare la giostra di emozioni positive, di piaceri, posticipando? E' giusto pensare che le soddisfazioni personali sono altro dalla nostra ricerca o, che quando cerchiamo, si riducono allo spazio lavorativo?
Credo proprio di no, perché se smettiamo di gratificarci possiamo perdere, tra le tante cose, anche la forza necessaria utile a proattivarci. Dobbiamo quindi allenare la nostra Vitalità. 
Nell'ottica umanista la vitalità è la "sensazione di amore per la vita, energia fisica e psichica, che si trasmette nelle attività e nelle relazioni anche nei momenti più difficili dell’esistenza (Stanchieri 2008). E' Correlata alla positività, al fare piacevole, al realizzare per realizzarsi che da energia. Guardiamo alla gioia dei bambini quando fanno qualcosa che li appaga, quanta felicità, quanta vitalità nei loro gesti, nello stare assieme, nel fare. Stacchiamo la spina un attimo dalla nostra ricerca, e chiediamo a noi stessi: cosa ci piace fare? cosa ci rende felici? Cosa ci appaga? Perché non sono in antitesi con la nostra disoccupazione, con il nostro orientamento? 
Essere gratificati non vuol dire non fare fatica -cioè trovare qualcosa che dia solo piacere e basta- ma che c'è un qualcosa che perseguiamo con dedizione, perché ne traiamo una qualche forma di piacere, di felicità anche attraverso rinunce e fatiche (ad esempio: allenarsi per partecipare ad una maratona non sarà semplice e senza tribolazioni, però chi è mosso da questo tipo di gratificazioni troverà degli elementi appaganti: a partire dall'allenamento fino al traguardo della corsa vera e propria. Questo vale per lo studio, nell'organizzare viaggi, allenarsi, suonare, cucinare, fare bricolage, coltivare un orto e così via).
Ecco. Quello che voglio proporre è che prenderci cura di noi, pensare a cosa ci gratifica, partendo dagli hobbies per arrivare allo sport, prendere un caffè e riflettere, andare al cinema, leggere, giocare, fare yoga, qualunque attività che ci faccia sentire vivi e stimolati sarà importante anche per la nostra ricerca. A patto che sia sentita da noi come gratificante e che poi ci attivi (perché se non attiva, alla ricerca di opportunità non serve molto!). 
Queste azioni potranno dare forza, sopratutto se stimoleranno anche il nostro "saper fare" perché, se c'è una cosa che può essere gratificante e al contempo di stimolo, è la capacità di autorealizzarsi cioè di sentire che con le nostre "mani" (anche metaforicamente) realizziamo un qualcosa. Senza contare che attivandoci spesso si creano relazioni: sai quante persone trovano lavoro parlando in palestra, in spiaggia, condividendo un Hobbies ecc.?)
La vitalità è la quarta potenzialità che esprime concretamente la virtù del coraggio, e mi viene da accostarla a quella che viene definita una potenzialità di base, cioè, alla cura di sé. Come la intendeva Foucault, ovvero: "La cura di sé deve aiutare gli uomini a sanarsi dei loro vizi e difetti divenendo una sorta di strumento complementare dell'arte medica che persegue lo stesso fine della guarigione non solo dei mali fisici ma anche di quelli spirituali"<1>, va intesa -nel nostro approccio alla ricerca di lavoro- come un allenare la vitalità per prenderci cura di noi, per diventare più propositivi, stimolati, in una parola felici. Da qui a ricaduta nel nostro proattivarci nella ricerca.
Sembrerà banale ribadirlo, ma sarà importantissimo non dimenticare noi stessi, altrimenti potremmo privarci della possibilità di attingere a quella forza di base di cui necessitiamo nei momenti di difficoltà, come può essere la ricerca di lavoro. Essere vitali sarà dunque generativo e, facendo, costruiremo cose fuori e dentro di noi.
Cosa ti gratifica? Cosa ti ritempra? Scoprirlo potrà produrre vitalità prima di trovare, durante il lavoro...dopo....


<1> M. Foucault, L'ermeneutica del soggetto, cit., I Lezione del 20.01.1982 pp. 88-91 e cap. II.3 de La cura di sé, cit., pp 57-61.

giovedì 4 maggio 2017

TRA MURAKAMI E MESSNER: LA PERSISTENZA DI CHI CERCA


La filosofia non è la costruzione di un sistema, ma la ferma decisione di guardare ingenuamente in sé e intorno a sé.
Henri Bergson

...dicevamo la maratona...

Murakami nel libro "l'arte di correre"<1>  scrive, con il talento che lo contraddistingue, quanto sia stata importante per lui la corsa: attività che praticamente è coincisa con la decisione di diventare scrittore, cioè dopo aver abbondantemente superato i trent'anni. Egli trova delle analogie tra il correre e lo scrivere romanzi, inoltre, sostiene che l'allenamento fisico cui si sottopone è stato necessario per la propria tenuta psicofisica, contribuendo in modo decisivo all'elaborazione dei suoi scritti.

Ne "l'arte di correre", c'è un elemento che trovo essenziale per chi cerca lavoro: la persistenza. Un maratoneta lavora tutti i giorni, dosa le energie, spingendole poi al limite per scoprire che, in realtà, ha risorse nascoste pronte a sorprenderlo. Il maratoneta sa che dopo tanti chilometri percorsi deve ragionare tre passi per volta, con la consapevolezza che dovrà fare altrettanta strada -dicono che dopo il trentacinquesimo chilometro sia un calvario, "dicono" -gli altri- perché ad oggi, io, arriverò a 5/6 scarsi...ma ci arriverò, mi sto allenando... :-) -.
Chi cerca lavoro deve avere presente un progetto a lungo termine, sapendo che ci saranno difficoltà lungo nel tragitto, e che le variabili incontrate potranno far tentennare, a volte, fino a far desistere.
La persistenza è la terza potenzialità che troviamo all'interno della virtù del coraggio (si vedano i post precedenti, sia per i contenuti che per la bibliografia) e viene definita quella che "(...) permette la continuazione volontaria, consapevole e prolungata di un'azione progettuale rivolta ad uno scopo preciso nonostante ostacoli e difficoltà che si incontrano nel realizzarla" (Stanchieri 2008).
La persistenza si contraddistingue dal fatto che è voluta, scelta, ed è spesso influenzata da come si percepisce la propria capacità di influire sulla realtà (ovvero, sulla propria autoefficacia).
Se mi rendo conto di avere potere sul contesto agisco o, quanto meno, resisto maggiormente. Forse, questo spiega la moltitudine di persone che mollano facilmente la propria ricerca di lavoro dopo alcuni fallimenti: perché si sentono impotenti di fronte alla realtà, attribuendole un potere sul quale non si può agire, a un ciò che è "la fuori", come dato e predeterminato,  sul quale poco si può fare. Credo che noi tutti abbiamo la responsabilità di non trasmettere alla future generazioni questo senso, di impotenza, di fatalismo.
Ma poi, è realmente così? Mi ricorda un po' come fa l'equilibrista incerto, che mentre cammina sul filo ripete fra sé e sé "sbaglio, sbaglio, sbaglio" fino a che....

Anche l'arrampicata mi fa pensare a delle analogie con la ricerca.
Reinhold Messner  quando parla della sua vita di scalatore, fa venire in mente parecchie cose.
Nel suo libro "La mia vita al limite" <2> quando parla di una sua arrampicata da giovane, scandisce questi movimenti essenziali (...) presa, passo, movimento" (...), gesti rridotti all'osso che servono per andare avanti, passo passo, guardando poco indietro e determinati ad andare avanti, in alto, fino in cima. E ancora (...) nell’arrampicata la fantasia è molto più importante dei muscoli (..). 
Così la ricerca, è fatta di muscoli, si, ma la vera persistenza dev'essere nella creatività. Fatica cerebrale e di nervi che reggono sulla distanza (naturalmente, la ricerca non deve essere per forza fatica e sudore, ma bisogna tenere la barra dritta, sapendo che verranno momenti difficili).
Lo scalare ha bisogno della consapevolezza di non poter bruciare delle tappe: per arrivare là, devi passare per di qua, o meglio, puoi trovare delle scorciatoie ma dei passaggi obbligati, diciamo essenziali, ci sono, ed il filo conduttore di tutto sono la lungimiranza e la persistenza, per vedere lontano e per tenere duro.

Per allenare la potenzialità della persistenza, nella ricerca di lavoro, potresti:

(Esercizio di approfondimento)
- cercare un settore che interessa, poi la professione al suo interno che affascina. A questo punto raccoglere tutte le informazioni relative ai compiti, alle mansioni, alle attitudini che sono richieste. Poi, dovresti cercare di sapere quali sono le aziende che cercano tali profili. Ancora, quali canali usano per assumere.

(Esercizio pratico).
- Cerca lavori che ti piacciono ma dove credi di non avere competenze. Prova a chiederti se esistono hobbies/lavoretti dove ci sono aspetti pratici che, maturati, potresti rivendere nei lavori individuati (esempi: imparare il giardinaggio, aiutando chi lo fa per piacere; imparare a fare la pizza o servire ai tavoli, affiancando amici alle feste; imparare a verniciare, aiutando amici che hanno bisogno di una mano ad imbiancare). Imponiti di fare questo esercizio finché non avrai dimestichezza con la materia. Anche una cosina imparata avrà tutto il suo valore: ricordi il detto "impara l'arte e mettila sa parte?".

(Esercizio di resistenza).
Scegli un qualcosa che sai fare (bene o male poco importa), anche un sola singola mansione del tuo lavoro.
Scrivi nel dettaglio di cosa si tratta. Cerca, poi, sforzandoti anche quando pensi non ci sia più nient'altro da dire, di trovare modi per migliorare ulteriormente dell'azione. Descrivi minuziosamente ogni singolo gesto. Elaboralo. Ah! Solo in forma scritta, senza metterla in pratica.
Fatto questo, per almeno 30 minuti al giorno per una settimana, fai poi la stessa analisi minuziosa della tua ricerca di opportunità. Qui però poi devi metterla in pratica! :-)


<1> L'arte di correre, di Haruki Murakami, traduzione di Antonitta Pastore, collana Frontiere Einaudi, Torino 2007.

<2> La mia vita al limite, di  Reinhold Messner e Thomas Hüetli, Corbaccio,  Milano 2006.(p.55 e sgg. nella versione kindle)

lunedì 24 aprile 2017

DRITTE DALL'OSCURO SULLA RICERCA DI LAVORO





"Se continui a fare la cosa sbagliata non riesci ad imparare perché apprendi solamente a fare meglio una cosa sbagliata"
                                                (John Seddon)

Risulterà forse sempre più incomprensibile il mio modo di trattare il mondo lavorativo; si potrebbe pensare che, invece di parlare di leggi, siti, annunci sto qui a scrivere di cose teoriche come le potenzialità, Eraclito, l'integrità e così via: che possono sicuramente apparire strane se accostate alla ricerca di lavoro, magari eccentriche o anche folli. Però, se volete cercare, di siti e libri sull'argomento ce ne sono a migliaia, potete consultarli e attivarvi tranquillamente (nei miei post spesso non manco di segnalarli). Potete anche continuare ad inviare le candidature come avete sempre fatto: per qualcuno funziona, per altri meno. 
Quello che scrivo qui non dice assolutamente che non bisogna fare anche quelle cose, ovviamente ma, in questo blog (non mi stancherò mai di ripeterlo), vorrei superare il modello che i "non addetti al lavoro" adotta per proporsi, e fare una cosa diversa, che consiste nell'offrire spunti per cambiare modo di essere in ricerca. Cercare lo vedo come un'opportunità per cambiare in meglio, provare a prendere in mano il proprio futuro lavorativo, iniziare a chiedersi "cosa posso fare per realizzarmi professionalmente?" (ricordando che realizzarsi in tal senso non è parte irrisoria della nostra vita, non è l'unica, certo, ma coinvolge una buona fetta delle nostre giornate). Forse questa crisi, seppur in molti casi forzatamente, può essere vissuta come un'opportunità. Non si tratterà quindi di cercare in modo passivo ma...
vediamo l'Oscuro come può aiutarci. Ma chi era l'Oscuro?

Eraclito di Efeso, detto da Aristotele  e dai filosofi dell'epoca l'"Oscuro", citato in questo modo per i suoi pensieri criptici, credo sia interessante per chi deve affrontare questo mondo così in continuo e veloce mutamento. I filosofi a volte vedono l'ovvio e lo mettono sotto la lente d'ingrandimento, scoprendo che quella cosa, così apparentemente tanto banale, poi non lo era. In questo caso può esserci utile per via della lettura che fa, tra le altre cose, dell'esistenza umana.
Per lui, che rimane -che resta- è proprio il cambiamento stesso. Cioè, l'unica costante che noi abbiamo è un perenne modificarsi della realtà.
Inoltre, pone l'attenzione sugli opposti. Se pensiamo al caldo è perché abbiamo una concezione di freddo, se pensiamo ad un oggetto grande, lo mentalizziamo in relazione ad un oggetto piccolo, e così via. La combinazione tra gli opposti fa si che nel nostro immaginario, acquisti una collocazione e con quel panta rei -"tutto scorre" (..)"Non si può discendere due volte nel medesimo fiume (..)"- si indica forse che c'è un perenne cambiamento ovvero, che siamo sempre noi ma non siamo più noi quelli di poco fa e  se lo dobbiamo un attimo calare nella nostra realtà (anche lavorativa)- che dobbiamo trovare la quadra tra il cambiamento e la nostra identità: che genera un conflitto tra un mondo esterno che muta e ciò che di noi deve modificarsi ma che, al contempo, deve rimanere immutato (si veda l'interessantissimo libro di J. Hersch, Storia della Filosofia come Stupore, Paravia Bruno Mondadori, 2002, Milano).
Fermiamoci qui, per ora, capirete dove voglio arrivare tra poche righe.

Aggiungo, ora, un elemento importantissimo per la nostra riflessione, parlo infatti dell' "integrità", quella potenzialità dell'animo umano che fa parte del gruppo legate alla virtù del coraggio, e che in ottica umanista è considerata una "(...) tendenza a essere se stessi sia in relazione alle scelte da prendere sia nelle relazioni con gli altri" (Stanchieri 2008). Vuol dire essere se stessi, praticare ciò che si è, agire nei diversi contesti in linea coi valori della propria esistenza. Implica capacità di relazione e integrazione.
In opposizione, se ci muoviamo procurando falsità contro noi stessi, generando ipocrisia e, se questo viene ripetuto, entriamo in contraddizione con i nostri valori. L'integrità psicologica, studiata da Rogers, Deci e Ryan fa tratteggiare un quadro di questo tipo: "(...) integrità, l'autenticità e l'autonomia che ne consegue come capacità di fare scelte e prendere decisioni armoniche con la propria identità reale, producono una serie di benefici psicologici quali: umore positivo, soddisfazione, apertura all'esperienza, empatia, autorealizzazione, coscienza (Stanchieri 2008)", e ancora "(...) l'integrità è in primo  luogo un non-sapere che implica un duplice movimento di scoperta e di invenzione nei confronti delle nostre potenzialità e nei confronti delle nostre sofferenze. È un'opera individuale e un incessante dialogo interno (...) ma al tempo stesso l'integrità non è verificabile se non con gli altri (..) l'integrità è dunque una conquista, una delle più difficili nella ricerca della felicità (Stanchieri 2008).

Facciamo il punto.
Cambiamento e integrità.
È inutile accanirsi, il mercato cambia, cambierà sempre. "C'è poco lavoro", spesso si sente dire, "invio cv e non mi chiamano"' si legge ovunque. Intanto la gente si arrabbia, è sempre più incredula che le cose non girino come prima. Ma il punto è che girano (ferrrrrma, parlo delle cose...non di altro ;-) ), ma in modo diverso dal passato. Il nostro "c'è poco lavoro" è basato su un rapporto con un "tanto lavoro" che è cambiato sopratutto a livello qualitativo (ricordi Eraclito?). C'è tanto ma in altri luoghi (non solo fisici, ma -soprattutto- parlo di tipologie professionali). Quali? Leggi per esempio il libro La Guerra del lavoro di W. Passerini, Bur Rizzoli, Milano 2014).
Il tanto e il poco sono relativi. Puntiamo alla qualità, alla nostra, per intenderci. Lavoriamo su ciò che di noi può rimanere certezza, consapevolizziamola, lavoriamo su ciò che muta attorno a noi e che possiamo allenarci ad affrontarlo, ma senza avere la pretesa di bloccarlo. La realtà dice che i bisogni cambiano, cambiano le proposte, le opportunità; chiediamoci per esempio, se ciò che era richiesto 15 anni fa è ancora ricercato e necessario. 
Come essere se stessi in questo cambiamento?
Dobbiamo analizzare la nostra identità professionale partendo da ciò che ci rende unici (e tutti, crediamolo, siamo unici!). Guardiamo cosa ci rende davvero felici.
Quanti si pongono questo problema quando iniziano a cercare o, ancora prima, scelgono una scuola che li porterà ad un lavoro? Sentirsi parte di un cambiamento non è eccezione, forse lo è se ci opponiamo pensando che dovremo perderci in esso.
Se non ci rendiamo che cambia e cambieranno cose nel mercato del lavoro, sempre e velocemente, come potremo essere pronti?
Questo non vuol dire che non avremo punti di riferimento, ma che le risorse le dovremo rintracciare in noi, prima che là fuori.

Concretamente.
Se non lo hai mai fatto, potresti iniziare a tracciare un tuo "autoritratto": scrivi chi sei, cosa vuoi, come ti vedi, dove vuoi andare, come ti vedi nel prossimo futuro (fra 5 anni almeno). 
Cerca di farlo minuziosamente: scrivilo! Pensa a ciò che sei e desideri. 
Pensa poi al tuo luogo lavorativo ideale, a come sarà, cosa vedi, cosa senti, cosa ti piace (per una volta, lascia perdere se è praticabile: sogna ad occhi aperti!). Scrivi anche questo. 
Quando avrai scritto queste cose, troverai una base di visione di te e del tuo lavoro ideale.
Non sappiamo se saranno realizzabili, ma almeno avremo un punto di partenza chiaro da cui partire. Poi, via via potremo lavorarci modellandolo, tenendo presente noi e contesto.

Domanda: quante volte l'hai fatto prima d'ora? Da quanto non lo facevi?
Quali sono i valori fondanti? Quali sono le gratificazioni che cerchi? A quali cose non vorresti rinunciare?
Sarà molto importante che la tua ricerca tenga presente delle riflessioni che avrai fatto su di te (o, almeno, lo sarà se deciderai di fare una ricerca di lavoro un po' elaborata, rispetto ai parametri di molti che ti accennavo all'inizio), trasformando la tua ricerca da passiva, per inerzia, a proattiva.
Troppa filosofia? Troppo teoria?
Credo occorrerà sempre ricordarsi che possiamo trovare diversi lavori nella nostra vita, e che a volte ci vuole davvero poco tempo, ma il lavoro che ci interessa veramente lo si troverà lungo un percorso ragionato, simile ad una maratona piuttosto che ad una gara di velocità come possono essere i 100 metri, a proposito: sei maratoneta o centrometrista?

lunedì 17 aprile 2017

L'AUDACE

Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa.
Alex Zanardi


Allenata la virtù della saggezza, che fa vedere lontano in modo attento e complesso, ora dobbiamo indirizzarci concretamente all'azione, usare la virtù del coraggio e rafforzarla, perché diventi strumento per la nostra realizzazione professionale.
Parliamo dell'audacia, la prima potenzialità inserita nel "catalogo" del coraggio, definita come:"disposizione ad agire, in circostanze dove i rischi sono rilevanti, per ottenere o preservare il bene individuale o comune, che, in caso contrario, verrebbe perso o non realizzato" (Stancheri 2008). Non sarà un buttarsi a capofitto senza ragione, ma un'azione sorretta dalla consapevolezza di ciò che si desidera, diventando una serie di obiettivi con un'analisi attenta dei rischi.
Allora quest'audacia sarà incarnata nell'agire teso al perseguimento del proprio piano d'azione, sapendo quali sono le variabili che possiamo controllare con le nostre performance, piuttosto che su elementi determinati prevalentemente dall'esterno, sui quali poco possiamo fare. L'andace è concentrato sulle sue potenzialità e non sulle possibili eventualità; non è sprezzante del pericolo, lo prende in considerazione facendolo suo, ma lo supera, perché il bene da perseguire non solo è grande ma raggiungibile.

Quando parliamo di ricerca di lavoro, sappiamo quanto sia nell'immaginario collettivo il senso di impotenza di chi prova a muoversi. Più la persona non ha particolari spenbilità (o così crede) -di esperienze, studi, attitudini- più si sente fragile ed esposta al volere di altri. Ma non è sempre così, in realtà molto dipende dal tipo di riflessioni e accorgimenti che ci si è adoperati prima, cioè nel capire dove si potrà andare con determinazione e profitto. Bisogna prendere in mano la propria ricerca (di libri che spiegano come funziona la ricerca ce ne sono a bizzeffe, nei post precedent troverete parecchi suggerimenti, qui mi concentro ad esaminare quali muscoli del carattere dobbiamo forgiare per riuscire).
Pensiamoci. È un po' una rivoluzione copernicana pensare che, nello sviluppo delle opportunità lavorative,
sono io che ho in mano la mia situazione, cioè non sono cosi in balia di altro, mercato o politiche del lavoro che siano.
La verità è che, nonostante crisi e difficoltà economiche, le persone oggi possono agire sull'efficacia della loro ricerca molto più di quello che credono, a condizione che si lavori in tale attività come fosse gia un lavoro: perché è già un lavoro!
Rispetto al passato passiamo lavorare maggiormente alla nostra autodeterminazione, dove un reale rischio è quello di rimanere impregionati in modelli vecchi, paradigmi, che ci fanno vedere il mercato del lavoro con stereotipi che possono bloccare la nostra proattivita'.
Faccio alcuni esempi.
Ha senso lavorare notte e giorno senza tenere a sé, al proprio corpo, resistendo per la stabilità contrattuale? Ha senso lavorare fino ad ammalarsi per ottenere una crescita professionale o arrivare alla pensione? Ha senso fare un lavoro a centinaia di chilometri sacrificando i rapporti? E cosi via. Siamo sicuri che lo facciamo sempre per sopravvivere e non ci sono alternative sostenibili? Non sarà che in taluni casi è la paura di affacciarsi al nuovo che blocca il cambiamento?
Certamente non è sempre così, occorre pero capire quando lo è.
Sono domande aperte che chiedono se persistere sia sempre necessario oppure, a volte, che la paura di cambiare blocca a monte possibili soluzioni. È vero che manca il lavoro?Oppure la paura di provarci, di essere mortificati, di scoprire che non abbiamo mercato o che non siamo adeguati ci fa stare fermi?
L'audacia va allenata, pensando a ciò che si vuole realizzare, magari ragionando sul fine che si persegue: un bene comune, la propria famiglia, chi ci circonda siano colleghi, i figli o la società. Quale bene porteremo? Cosa favoriremo? Perché dovremo andare oltre le nostre paure? Perché superarci nonostante i rischi? Cosa ci guadagneremo, noi, in prima persona? Cosa potremo perdere realmente?

Partiamo, allora, provando a fare un elenco delle nostre paure legate al mondo del lavoro, dall'aprire una partita iva alle tematiche relative la ricerca di lavoro: cosa ci spaventa? Perché? quali sono le forze a cui possiamo fare appello per muoverci?
Oggi sappiamo che il talento è dato dall'abilità più lo sforzo. Beh, anche la ricerca di opportunità, o meglio, il talento per sviluppare opportunità comporta una serie di azioni faticose e ripetute che daranno risultati solo se prolungati nel tempo.
Credo a questo punto si possa comprendere perché ho scelto l'immagine di Alex Zanardi, vero esempio di virtù di coraggio, passione, amore per ciò che fa.

Ma veniamo a noi.
Ora che vedi lontano, sii audace, guarda quale primo passo fare per primo perché, come si dice, è da quello che inizierà il tuo viaggio di mille chilometri. 

domenica 9 aprile 2017

CI VUOLE PROPRIO CORAGGIO




Avere coraggio non vuol dire non avere paura.
Il coraggioso è consapevole dei rischi, ma va oltre cercando di superare l'ostacolo.
Un elogio, un applauso, un abbraccio a chi ha avuto timore, chi ha tremato, pianto e nonostante questo ha cercato di affrontare il problema perché ne vedeva una possibile soluzione.
A volte c'è chi non percepisce il rischio, ma in questo caso potrebbe anche essere che quello messo in campo non sia coraggio, qui: o si è degli sprovveduti, oppure, si è già consapevoli dei propri mezzi e tutto appare alla portata. Allora, se nel primo aspetto non si è mossi dalla virtù che stiamo trattando, ma dell'azione senza calcolo, dalla sprovvedutezza, dall'impulso; nel secondo, invece, può darsi che sia dato dalla sovrapposizione di esperienze passate che si rivedono ora -magari a ragione, magari no- e che fanno dire "posso farcela anche questa volta", "non c'è problema, conosco bene i miei mezzi, conosco bene la situazione, ora agisco e risolvo". Forse, anche in questo caso non si può parlare di coraggio, perché lo si era utilizzato in passato ma ora, consci dei mezzi di cui possiamo disporre, agiamo con meno timori o titubanze. Il coraggio era stato messo in campo in passato ora si vive, diciamo, di rendita.

Il coraggio, come virtù, fa affrontare le sfide. Non sono già vinte, non è detto che lo saranno, ma getta un ponte da dove siamo a dove vorremmo andare. Sin dall'antichità è stato citato, analizzato, se ne parla in Omero, in Platone <1>,<2>,  le disquisizioni su cosa sia arrivano fino ai giorni nostri: a volte con connotazioni totalmente positive, in altre, molto meno.
Senza fare un resoconto storico-che se vuoi fare, un'idea puoi fartela guardando le note- vediamo cosa può servirci sapere per essere utile alle nostre ricerche.

Nel gergo umanista, questa virtù è "la facoltà umana di governare la paura nel perseguimento dei propri obiettivi" (Stanchieri 2008). In quest'ottica non è solo un atto eroico, è l'esperienza di chi si cimenta in attività difficoltose lavorando per trovare soluzioni, cercandole attivamente, passo dopo passo, acquisendo gli strumenti -quando è possibile- per limitare l'imponderabile e ciò che non è direttamente sotto il nostro controllo. Qui l'acquisizione del sapere è fondamentale per poi poter agire.
Quando si parla di coraggio, dobbiamo tenere presente che esistono quattro potenzialità legate ad esso, e sono: audacia, persistenza, vitalità e integrità (Stanchieri 2008). Le vedremo una per una, associate al tema della ricerca, perché ognuna traccia delle caratteristiche importanti della persona, che dicono sia dell'atteggiamento nella vita di tutti i giorni che nella nostra ricerca o sviluppo di opportunità lavorative.
Come tutte le potenzialità, possono essere riconosciute e allenate.
Ciascuno di noi ne ha qualcuna più caratterizzante il proprio essere e qualcun'altra, invece,  meno in evidenza: che potrebbe esserlo perché castrata dal contesto o da propri paradigmi o, più semplicemente, meno nelle corde della persona.

Chi cerca opportunità di lavoro oggi deve avere sicuramente una propensione al coraggio, se non altro per andare oltre quello che sente ogni giorno, vero o falso che sia: sul mercato, i datori di lavoro, le agenzie, le tasse, le regole scritte o meno di come cercare ecc. Occorrerà averne anche solo per iniziare a raccogliere informazioni utili, per proporsi, per aprire un'attività o candidarsi. Per questo, nei prossimi post, analizzeremo le potenzialità legate a questa virtù, proponendo qualche spunto su come allenarle.
Si! Dovremo essere coraggiosi...non sprovveduti.


<1> Interiorità e anima: la psychè in Platone, Maurizio Migliori, Linda M. Napolitano Valditara, Arianna Fermani Vita e Pensiero, Milano 2007.
<2> La via del caraggio. Dal guerriero antico al soldato moderno, la vittoria dell'uomo sulla paura, Riccardo Dal Monte, Hobby/ & Work Pubblishing, Bresso 2010.

lunedì 3 aprile 2017

L'AMORE RESO VISIBILE: OPPORTUNITÀ E AMORE PER L'APPRENDIMENTO

"Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua"
Confucio

Se c'è una cosa che mi colpisce nelle persone è la voglia di sapere, di conoscere. Mi attrae chi prova piacere nel lavoro che fa, chi cerca di accrescere la propria competenza su un argomento mettendoci passione. 
Al di là di alcune eccezioni, quando si ama il proprio lavoro spesso questo trapela, perché si trasmettono sensazioni positive a chi ne è spettatore. Non mi sembra c'entri con il tipo di impiego svolto ma, piuttosto, su come lo si svolge: quindi non è il cosa facciamo ma il come lo facciamo. Cosi, guardando la persona all'opera con le sue emozioni positive e il suo saper fare, si avverte un "che" capace anche di trascenderla, di  superarla, come ci fosse un lascito che va oltre: sia a chi fa,sia al prodotto  realizzato.
Puoi essere chiunque e fare un qualunque lavoro, ma non sarà un lavoro qualunque se lo farai con amore: "il lavoro è amore reso visibile", diceva Gibran.

Ma, al di là di cosa accenda la passione in ognuno di noi, quindi della vocazione e delle motivazioni annesse (tema che presto tratteremo), proviamo a capire a cosa possa servire questo amore per ciò che facciamo o faremo; cerchiamo di capire, dunque, come può venirci utile per sviluppare delle opportunità lavorative (eh, lo so, torno sempre lì, ma chiamandosi "il tuo lavoro metodi per trovato" questo blog, alla fine mi tocca sempre tornare sul'argomento☺...).

Nel linguaggio umanistico l'amore per l'apprendimento è "il desiderio di esplorare e comprendere saperi sempre nuovi come processo di espressione e realizzazione del sé" (Stanchieri 2008).
È un qualcosa che parte da dentro, una motivazione intrinseca (cioè, che non è nutrita prevalentemente da incentivi esterni: successo, soldi ecc.-Naturalmente non vuol dire che anche questi elementi non abbiamo una loro importanza) che porta a sentimenti positivi quando si apprende, manifestandosi con un impegno ad assimilare le informazioni; addirittura, più finalizzato all'accrescimento del proprio sapere che al successo che ne può derivare. Inoltre, emerge che spesso l'amore per approfondire un determinato argomento si traduca poi in una spinta verso l'eccellenza. Quindi, chi trova ciò che lo motiva, spesso a furia di lavorarci, di cercare di capire, di sapere, finisce col fare un lavoro migliore.

L'amore per l'apprendimento è diverso dalla curiosità (anche se fanno entrambe parte della stessa famiglia, raggruppata sotto la virtù della saggezza), dato che quest'ultima è più una tendenza disorganizzata che cerca di conoscere le novità, avere spunti nuovi; mentre,  il voler sapere più organizzato e sistematico è una caratteristica specifica dell'amore per l' apprendimento.

Detto questo.
Credo che dovremmo fermarci ogni tanto a chiederci cosa ci piace veramente, e cosa ci blocca nel tentare di farlo diventare un mestiere vero, perché, non è detto che un hobby o i nostri interessi  non possano diventare un lavoro o, almeno, un occasione per trovare elementi che ci faranno fare meglio il lavoro che abbiamo già.

Andiamo sul concreto.
Per prima cosa, se dovessi interrogarmi su ciò che desidero come lavoro, inizierei a riflettere su cosa mi piace o vorrei fare, elencando quali sono le azioni che trovo gratificanti (anche scrivendole su un foglio di carta, in modo che mi siano davvero chiare in ogni loro aspetto). Ecco, invece, non farei prima quello che molti fanno, ovvero, cercare in modo asettico un profilo lavorativo determinato dall'alto (trovato su un qualche giornale o sul web, per esempio). Cioè, se volessi fare, che so', l'impiegato in ufficio, inizierei non a cercare lavoro scrivendo la parola "impiegato" sui siti di annunci (o meglio, lo farei in un secondo tempo), rifletterei invece che cosa fa questo impiegato che ho nella testa,  partendo da ciò che amo fare io, che mi gratifica, che mi farà quotidianamente essere curioso, che mi farà desiderare di migliorare. Pensaci, se un datore di lavoro trovasse qualcuno che gli fa capire che il lavoro che lui può offrire è vissuto come un'opportunità di stimolo e cresciuta e non solo come fatica, non pensi che sarebbe un'arma vincente? No, non è un'utopia.
Partendo quindi da me, esplorerei prima le mie attitudini, capacità, compenteze, sondando cosa mi fa sentire particolarmente vivo, cercherei di capire se ci sono ambiti dove lavorare come impiegato potrebbe essere particolarmente stimolante per me, mi darei da fare per raccogliere informazioni su come realmente si chiama quel lavoro (è davvero impiegato o ha un altro nome? Spesso non siamo sintetizzabili in un insieme di nomi di ruoli lavorativi ma, piuttosto, in un'insieme di competenze che di volta in volta diventano lavori differenti). Cercherei poi di trovare come viene chiamato nella realtà quel lavoro (vuoi uno spunto? cerca in questo sito della regione Lombardia - http://www.ifl.servizirl.it/uploadfile/home/ALLEGATO%202-ProfiliCompetenzeIndipendenti.pdf , è il Quadro regionale delle professioni, dove c'è un grande elenco nel quale sono codificate e descritte professioni e le competenze che le identificano, nd.r. giusto per farsi un'idea).
Capito cosa mi piace, cosa c'è, proverei a capire se sul mio territorio esistono realtà simili, proverei infine a raccogliere informazioni su come propormi. Tengo a precisare che non sto affermando la teoria di riuscire a trovare un'occupazione solo perché mi piace, ma che trovare ciò che piace può essere una via, dove potremo dare maggiore energia e vigore nelle nostre attività. Tradotto: se amerò apprendere nel mio lavoro, con molta probabilità sarò più soddisfatto, efficace...forse felice?

Purtroppo, oggi c'è la diffusa convinzione che il posto capace di soddisfarci non esista e che il lavoro sia solo un'incombenza che tocca a tutti. Ma se è vero che tocca a tutti, non è vero che può essere solo fatica e poca gratificazione. Magari, in molti casi diventa così perché per primi non abbiamo cercato di capire ciò che ci piaceva (o forse non ne avevamo avuto la possibilità di sceglierlo) e se esisteva davvero, cosi alla fine abbiamo dovuto sposare i bisogni del mercato che andavano soddisfatti, ma che non erano in linea con noi.
Se è vero che tutti dobbiamo lavorare e che a volte le necessità ci spingono ad accettare compiti a volte poco gratificanti, si può anche affermare, credo, che si può lavorare giorno per giorno per scoprire cosa ci piace e cosa c'è "là fuori", che gradualmente si può anche cambiare, in favore di un'occupazione che sia anche, per molte ore alla settimana, fonte di gratificazione, come si diceva:" scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua".
Per quanto si creda al fatto che noi possiamo lavorare per trovare un occupazione gratificante, so che non è facile, e che ognuno di noi ha diversi motivi per rimanere nella propria realtà. Allo stesso modo, nessuno, io per primo, si può permettere di sentenziare che il lavoro scelto in passato sia statoa una svelta sbagliata: ognuno ha scelto in base alle  proprie esigenze, storie personali e possibilità contingenti. Però, permettetemi di dire che se lavoro per sapere cosa mi piace, ed uso il mio amore per il sapere per approfondire i temi annessi, magari qualche spunto utile per trovare un qualcosa di nuovo, o anche solo per avvicinare il mio mondo lavorativo nel quale sono già, per sentirlo un po' di più mio e, perché no, starci meglio.

Con la potenzialità dell'amore del sapere abbiamo concluso il ciclo delle potenzialità legate alla virtù della saggezza.
Se alleneremo queste potenzialità potremmo acquisire una maggiore visione di insieme del nostro mondo lavorativo, andare oltre molti pregiudizi che possono condizionarci nella scelta delle opportunità, imparare ad lavorare verso una direzione di maggiore gratificazione. No, non sto promettendo la Luna, sto solo affermando che è di per sé già un lavoro, che lo si può conquistare con un allenamento quotidiano, che può farci andare nella direzione di una nostra autodeterminazione. Cosa dobbiamo fare ora che abbiamo allenato la  nostra saggezza? Lo vedremo.
La prossima settimana inizieremo a parlare della della virtù del coraggio. State pronti ;-)